Giovanni Battista Cella

ID 45682

Udine, 5 settembre 1837 
Udine, 16 novembre 1879

Patriota, amministratore pubblico, politco

Nacque a Udine da Giorgio e Anna Facci, una famiglia di origine carnica. Si laureò in giurisprudenza a Padova e convinto fautore del repubblicanesimo mazziniano, nel 1859 combatté come volontario fra i Cacciatori delle Alpi nella II Guerra d’Indipendenza, restandovi fino allo scioglimento del corpo. L’anno successivo partecipò alla spedizione dei Mille come sergente della compagnia Cairoli, segnalandosi per il suo eroismo fin dallo sbarco a Marsala e poi nell’entrata a Palermo e ottenendo, dopo la battaglia del Volturno, il grado di sottotenente. Membro attivo del Partito d’Azione, partecipò nell’estate del 1862, con il grado di tenente, all’impresa garibaldina intesa a liberare lo Stato pontificio e finita all’Aspromonte. Dopo aver trascorso circa un anno a Torino come emigrato politico, fece ritorno a Udine agli inizi del 1864 per partecipare alle insurrezioni della “banda di Navarons”, capitanata da Francesco Tolazzi che il 6 novembre a Monte Castello aprì un combattimento a fuoco con una pattuglia austriaca. Dopo lo scontro del 6 novembre, la “banda di Navarons” si sciolse e iniziò ad operare una seconda banda di insorti friulani, denominata nei rapporti di polizia come “banda di Venzone”. Quest’ultima, organizzata e diretta da C., compì una marcia dimostrativa a seguito della quale Cella dovette riparare a Istria, Bologna e successivamente a Milano. Cella, all’inizio del 1866  si arruolò con Tolazzi nel 2° Battaglione Bersaglieri Volontari Italiani col grado di tenente. Il 24 giugno ebbe da Garibaldi l’ordine di attaccare gli austriaci al ponte sul Caffaro di Storo e, nella battaglia del giorno successivo, affrontò in un vigoroso corpo a corpo il capitano boemo Rudolf Ruzicka della 12^ Compagnia del Reggimento Principe Alberto di Sassonia, rimanendo ferito alla testa e alla spalla. Liberato il Veneto, Cella rientrò a Udine e godette della fiducia del commissario del re Quintino Sella, venendo nominato maggiore della guardia nazionale. Insignito della croce di cavaliere dell’ordine della Corona d’Italia, la restituì quando, pochi mesi dopo, la stessa onorificenza venne conferita anche all’arcivescovo di Udine, mons. Andrea Casasola. Il primo marzo 1867 egli accolse a Udine Garibaldi, che lo designava con l’epiteto di «Prode fra i prodi», come presidente della commissione per le accoglienze. Nell’estate successiva si adoperò con Francesco Cucchi, Giuseppe Guerzoni, Giulio Adamoli e il colonnello Bossi per preparare un moto insurrezionale a Roma. Cella prese parte con Bartolomeo Bezzi all’attacco compiuto dalla seconda colonna del tenente colonnello Gusztav Frigyesy nella notte del 24 su Monterotondo; ancora come comandante del 6° Battaglione si segnalò nell’attacco ripetuto a villa Santucci, nella giornata di Mentana (3 novembre), costretto a ritirarsi solo davanti alle soverchianti forze nemiche. Rientrato a Udine, fu consigliere comunale, membro della giunta, comandante di battaglione della Guardia Nazionale e presidente della Associazione Progressista, rappresentando politicamente le forze della democrazia radicale. Nelle elezioni del novembre 1874 venne candidato, con il sostegno di Garibaldi e Cairoli, dalla Sinistra al parlamento nazionale, ma non riuscì ad essere eletto. Dovette subire anche i rovesci della fortuna: una sua fabbrica di metri a Udine fallì e il suo patrimonio ne fu ulteriormente assottigliato. Perdette inoltre la giovane moglie Giacoma Turco. Accettò nel 1879 di rappresentare a Udine il Comitato triestino-istriano e fu poi, con Bertani, Cavallotti, Fortis, Garibaldi, Imbriani, Mario, Tivaroni e altri fra i fondatori della Lega della Democrazia, costituitasi il 21 aprile 1879 con un programma liberale avanzato, di ispirazione anticlericale. Il 16 novembre 1879 a Udine, cedendo ad una crisi di depressione, si tolse la vita con due colpi di pistola poco più che quarantenne, lasciando un figlio ancora adolescente, Balilla.

 

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