39. Ex Hotel dei bambini - Trento
Località
Trento, Loc. Candriai
Indirizzo
Strada di Candriai, 110
Utilizzo attuale
Edificio abbandonato
Un po' di storia
L’Istituto A. De Gasperi ospitò ed educò per circa quarant’anni, dal 1957 al 1996, quasi 5.000 bambini, figli dei lavoratori italiani del sud emigrati in Germania e in Svizzera. Non lontano dal confine con l’Austria, è stato uno dei tre cosiddetti “orfanotrofi di frontiera” attivi nell’arco alpino. Fondato nel 1957 dal frate cappuccino Padre Eusebio Iori, come iniziativa caritatevole. Venne chiuso nel 1996 dopo che in Germania furono adottate politiche di integrazione sociale per le famiglie dei lavoratori stranieri. Chiamata anche “la casa tra le nuvole” e “l’hotel dei bambini”, nasce in un primo momento con l’intento di ospitare bambini affetti da tubercolosi, poi come prima Colonia estiva internazionale e a seguire come Istituto per i figli degli immigrati. Oggi l’istituto è un rudere abbandonato, una carcassa di cemento testimone di storie di dolore e lontananza.
Testimonianze
Il docu-film del regista trentino Emanuele Gerosa “Bambini di Frontiera” del 2022, attraverso interviste e materiali d’archivio, ricostruisce la memoria di quel luogo di frontiera tra un’Italia composta da bambini del nord e soprattutto del sud, e la Germania. Le voci dei bambini di allora, oggi donne e uomini, riportano in vita quel luogo ormai abbandonato che per un po’ hanno chiamato casa.
Anna Calamita, di Boino (Fg) – attualmente residente a Bonn, in Istituto dal 1978 al 1981 ci racconta della rottura che si è creata con i suoi genitori, emigrati in Germania con la promessa di tornare in Italia e comprare casa al paese. La promessa non viene mantenuta e Anna deve trasferirsi in Germania, dopo tanti sacrifici all’Istituto per diventare una bambina studiosa e diligente, ora deve imparare una nuova lingua e adattarsi a un mondo sconosciuto.
Patrizia Pacchera, maestra dell’Istituto dal 1970 al 1975. Racconta poi dei conflitti causati da ragazzi più grandi e dell’incapacità da parte dei bambini di comprendere perché erano stati messi lì. «Il senso di abbandono li accompagnava sempre, si sentivano soli e indifesi».
Lucia Coppola, maestra dell’Istituto dal 1978 al 1979 riflettendo a posteriori su quell’esperienza racconta di «aver capito che da lì in poi doveva stare dalla parte dei bambini, sempre».
Lucia sentiva profondamente le sofferenze di questi bambini che avevano lasciato le loro famiglie e ora si trovavano indifesi a dover fronteggiare conflitti con ragazzi più grandi e prepotenti. Il suo ricordo va sempre all’incapacità di comprendere perché fossero stati lasciati in quell’istituto; i genitori avevano sicuramente spiegato le loro ragioni ai bambini ma i bambini non potevano comprendere davvero che la mamma o il papà li avessero lasciati lì per imparare a leggere e a scrivere in italiano.
Angelika Gitzen, maestra trentina, sottolinea che l’opportunità di ospitare questi bambini fu concessa dal Consolato Italiano e che allora, la necessità di occuparsi dei figli degli immigrati era una questione impellente.
Francesco Vinci di origini napoletane, parte da Stoccarda su un pullman pieno di bambini diretto all’Istituto De Gasperi. Si ricorda di aver pianto così tanto da essersi poi addormentato, e poi svegliato in Austria. Francesco ricorda con amarezza i castighi; bisognava stare in ginocchio per ore e quando arrivava Padre Giorgio Valentini «mi dava le calocchie in testa».
Gaetano Lentini, in Istituto dal 1987 al 1990 descrive l’Istituto come una «prigione». I genitori dalla Sicilia si sono trasferiti in Germania ma per Gaetano il destino è l’Istituto. Si ricorda di sua madre in cucina che metteva il numero 80 su tutti gli indumenti e i suoi pianti prima di partire. Racconta un ricordo legato al cibo: «Perché non mangi? Chiese il Padre. Perché non mi piace, dissi io. E così lui mi ha messo la faccia nella zuppa». Quando c’erano le telefonate aspettavamo tutti con le orecchie tese: «Vinci, al telefono!C’erano due cabine e le maestre si sedevano vicino a noi durante tutta la chiamata- solo 2 minuti, al tempo le chiamate costavano - Durante la chiamata ti accarezzavano il viso, ma era l’unico momento in cui lo facevano».
Cristina Gullo, nata e cresciuta in Germania da genitori migranti siciliani. Viene messa in Istituto dal 1978 al 1982 per imparare l’italiano. «Mi ricordo benissimo il viaggio, ogni singola galleria scolpita nella pietra; volevo capire bene dove stavamo andando». Arrivata ricordo «il cortile gigante: mi sono seduta sotto le finestre della sala giochi e sono rimasta seduta li su quel marciapiede per ore». Le ragazze presenti all’Istituto le chiamavamo “Signorine” ma erano ragazze sui 19-20 anni o forse 25 anni. «Uscire dall’Istituto è stata una liberazione, anche se dopo 4 anni era diventata una delle mie case».
Calogero Catanese, nato in prov. Di Pavia da genitori siciliani. Oggi vive a Chiasso.
Per motivi di lavoro si è trasferito in Germania , dove il problema più grande per Calogero bambino era la lingua. Il padre quindi sceglie di percorrere la strada dell’Istituto De Gasperi , così da fargli avere una cultura italiana. «Ricordo che, appena arrivati, avevo una valigia enorme, dovevi avere abbigliamento estivo e invernale. Non appena mio padre mi lasciò lì, l’atteggiamento è cambiò: “Allora, adesso prendi la valigia e mi segui”. Ricordo che appena arrivato in refettorio, c’erano tanti ragazzi, la prima cena fu una tazza di latte con un pezzo di pane. I ragazzi si picchiavano quotidianamente, c’erano anche ragazzi problematici arrivati dalla Germania».
Anche Calogero parla del trauma dell’abbandono: «Pensavo fosse una sorta di punizione, vederti dal giorno prima che tua mamma ti mette a letto e ti canta la ninna nanna e trovarti il giorno dopo seduto su una valigia e non sapere il perché. Ti chiedi cosa hai fatto per meritarti questo».
Luca De Gasperi , trentino, in Istituto dal 1974 al 1977. Ricorda che di trentini ce n’erano cinque. «Ricordo la mano di mia madre che mi accompagnava sullo scalone in salita e mio padre, più in alto, con la valigia. I bambini di Treno il sabato o la domenica avevano la possibilità di andare a casa mentre per gli altri l’Istituto era la loro casa da ottobre a giugno con l’intervallo delle vacanze di Natale.» Luca paragona il De Gasperi dell’epoca a una piccola Lampedusa di oggi, dove sbarcano i migranti, vi fanno sosta e poi ripartono in cerca di fortuna.
Roberto Omezzoli, di Trento in Istituto dal 1973 al 1976.
«Ricordo le sere passate alla finestra della mia camerata che dava sulla città di Trento e io vedevo giù casa mia e casa di mia sorella e stavo lì parecchio con tanta voglia di andare a casa»… Era sempre il primo pomeriggio quando c’era la distribuzione della posta, io di Trento non ero partecipe perché non mi scrivevano di sicuro. Ricordo che i bambini che non ricevevano nulla erano molto tristi. Il mio rapporto con il collegio era un po’ conflittuale perchè non ho mai accettato di essere stato messo lì, ho conosciuto emozioni che prima non conoscevo come la sofferenza, l’abbandono».
Donato Barbetta in Istituto dal 1977 al 1982
«Ho ricordi per quanto riguarda le punizioni: dovevi scrivere tanti fogli io non devo fare questo oppure in ginocchio per tutto il giorno o niente da mangiare e bere. Non ricevevo mai posta e le signorine se ne erano accorte: per questo, quando scendevano a Trento, mi scrivevavo una cartolina firmata da mamma. A volte mi invitavano a casa loro e lì ti sentivi in famiglia. Quando mio padre è venuto a prendermi sentivo la mancanza del collegio perché dovevo lasciare le maestre e le signorine».
Il tema del post- istituto vissuto in famiglia: molti dei testimoni raccontano di non avere mai parlato di cosa ha significato per loro passare alcuni anni della loro infanzia lì. Roberto Omezzoli racconta che la famiglia non gli aveva mai chiesto niente perché era convinta che si fosse trovato bene in collegio. E invece Roberto avrebbe avuto bisogno, da bambino, di esternare tutta la sofferenza che aveva dentro.
Il tema dello stato attuale di abbandono dell’Istituto è fonte per tutti i testimoni di grande sconforto e amarezza. I testimoni parlano di “un gigante morto” e della tristezza che fa vederlo “crollare un pezzo alla volta”.
Testimonianze tratte dalla pagina Facebook “Il vecchio Alcide De Gasperi”
Marco B.
Io ci andavo l'estate, con mio fratello, 1974 o giù di lì. Che ricordi... scendendo dall'Alcide de Gasperi verso Trento ho dovuto leggere la sua predica, come ripasso, solo che dopo qualche tornante mi è venuto mal di macchina e ha dovuto fermarsi per farmi vomitare... mi ricordo le battaglie tra "bande" nel bosco dove si facevano le capanne, tutto easy senza violenza e i tornei di calcio, le gite a malga Brigolina a magnar poina.
Alfonso P.
Sono venuto da Berlino il 16 aprile, dopo che ho lasciato il collegio nel 1984. Dopo tanti anni di terapia, specialmente per la sofferenza passata da bimbo a partire dell‘età di 6 anni, era importante che tornassi.
C‘era la paura che la visita mi potesse fare del male, che potesse riaprire quelle cicatrici che tanto difendo. Invece è stato come andare ad un funerale, dove ho potuto seppellire tutto quello che non era ancora risolto. Questo palazzo oggi è una ruina. Padre Giorgio Valentino è ancora in vita. Se il Dio a cui dice di credere e di cui disse di servire esiste veramente, spero che allora lo accolga con il tribunale che su questo mondo non gli è mai stato fatto. Questa è l’unica speranza che mi rimane.
Calogero G.
(riferito al ducumentario “confini di famiglia”) Avrebbero dovuto far parlare soprattutto quei ragazzi come me che hanno subito violenze sia fisiche che psicologiche da parte di persone che tutto avrebbero dovuto fare tranne che gli educatori vicino alla chiesa!
Leopoldo B.
Io sono stato un insegnante per 2 anni. Vi ho voluto un sacco di bene e me lo hanno fatto pagare. Erano gli anni 80-81 con Tristano Brenda. Ho denunciato pubblicamente i metodi disumani di Valentini e la scuola mi ha severamente censurato.
Arcangelo D. F.
Io non posso dire di aver subito angherie, anzi, ho anche dei flash con bei ricordi. La mia sofferenza è stata la privazione della famiglia e di quella piccola libertà che si respira nei nostri paesi di montagna... Ho imparato a "sopravvivere da solo" lontano dagli affetti più cari... Avevo fatto una promessa, "mai avrei fatto passare un’esperienza simile ai miei futuri –figli”.
Leonora C.
Sono stata in colonia estiva all'Alcide De Gasperi nel 1986/87/88, tre settimane ogni anno...ho solo brutti ricordi, tanti schiaffi, tanti km di passeggiate sotto al sole cocente senza cappellino nè crema solare, tanti pianti al telefono in cabina, tanti ragazzini che facevano i bulletti...eppure quest'estate trovandomi in zona ci sono passata, ho visto com'è ridotto e m'è dispiaciuto.
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